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La magia delle lacustri
Piove a dirotto sul lago Maggiore il giorno dell'apertura della trota lacustre, il 20 dicembre 1998. Eppure le piccole lance dei "cacciatori" della trota stellata sono tutte fuori, incuranti del freddo e delle intemperie. E' una spinta antica quella che conduce alla ricerca di un pesce che ormai e poco più di un mito. Si parte con barche bardate di tutto punto svettanti con i loro pali che tengono al "guinzaglio" i "cani", ovvero i piccoli "catamarani" di legno che trainano le esche sotto il pelo dell'acqua. Luccicanti ondulanti e piccoli Rapala che attirano i gabbiani e ingannano trote dai colori dimenticati. Ecco che una lenza si tende e occorre avvolgere le altre per non trovarsi in un immenso groviglio di fili. Tutto viene realizzato con la frenesia di una cattura impossibile e la freddezza di una macchina da pesca dove ogni particolare, ogni ingranaggio, deve funzionare alla perfezione. La trota si intravede sotto la superficie, lotta con tutte le forze e si arrende solo davanti a un colpo di guadino ben assestato. Eccola, la trota leggendaria dal dorso verde e blu, dalla pancia bianca, dai fianchi argentati e dalle macchie a forma di X, di piccole stelle. E', per noi, in questo momento, il pesce più bello del mondo. La pioggia è battente, gli impermeabili hanno dato forfait da tempo, siamo inzuppati, bagnati, felici. Possiamo anche fumare una sigaretta che dopo due tiri diventa poltiglia. Che importa. Siamo di fronte a un pesce di una bellezza incredibile. E l'abbiamo catturato con un sistema antico, efficace, complesso, impossibile da imparare senza guardare a lungo qualche pescatore già esperto. Non ci si improvvisa cacciatori di lacustri. Occorre conoscere l'acqua piatta dei grandi laghi, occorre immaginare trote che qualcuno considera quasi estinte. Bisogna costruire lenze complesse, vere e proprie architetture di fili e poi girovagare con fede, una fede incrollabile. Bisogna credere all'incontro impossibile, al materializzarsi dal nulla del "salmone" degli abissi italiani.
Ragazzi, che esperienza indimenticabile la pesca alla lacustre... Vi ho forse confuso un po' le idee?
Nessun problema, ripartiamo con calma. Da dove? Da una lancia di legno pronta a salpare dal porticciolo di Angera sulla sponda lombarda del Verbano la mattina del 20 dicembre, il giorno dell'apertura. La prima apertura italiana. Si va a trote con la "cavedanera", nome antico di una lenza nata quando i cavedani erano prede ambite. Sulla barca c'è un lungo pennone di 5-6 m. al quale verranno agganciate le lenze. È tutto preciso e complesso, non si può sbagliare nulla. Pena la rovina della giornata di pesca. Roberto Forni, il "guerriero" del lago Maggiore ci fa da maestro, aiutato da Pier Ponti che smesse temporaneamente le vesti di presidente della Fipsas di Novara, indossa quelle di "mozzo", di aiutante in seconda. Raggiunta la zona migliore - ma tutto il lago può essere la zona migliore - si comincia ad armeggiare con la lenza. Si lega a una cordino intrecciato di una sessantina di metri il "cane", un piccolo battello di legno, una sorta di catamarano che traina le esche parallele alla nostra barca. Il "cane" si allontana dallo scafo e lungo il cordino si fissano le lenze, massimo otto, di nylon dello 0,25, armate con ondulanti leggeri, artigianali, costruiti dagli svizzeri, maestri insuperabili nella pesca alla lacustre. Alla fine si fissa la lenza madre all'albero della barca e si parte, trainando lentamente a motore, un lungo "guinzaglio" di esche. Più che una battuta di pesca sembra la lenta avanzata di una flotta da guerra che traina ondulanti alternati a piccoli Rapala. E l'ammiraglio di turno controlla con il binocolo lo sfavillare delle esche. Bocconi attiranti per la trota lacustre che li attacca con violenza, spesso rompendo la superficie del lago. Questo è il momento in cui l'intero equipaggio dev'essere pronto alla guerra. Sono diversi i modi per recuperare le lenze e il pesce che si dibatte lontano. Quello normalmente utilizzato prevede che i vari terminali ai quali non è attaccato il pesce vengano riavvolti ad uno ad uno fino a che non si prende in mano quello con il quale si fa il tiro alla fune con la trota. Ma il sistema di recupero più tecnico e spettacolare è senz'altro quello del doppio "cane". Ovvero si fissa un altro "cane" al capo della cordicella intrecciata che dovrebbe stare legata all'albero della barca e - una alla volta - si passano sull'altro lato dell'imbarcazione tutte le lenze. In questo modo, una volta guadinata la trota, si finisce il passaggio e ci si ritrova con tutte le esche già in pesca dall'altro lato della lancia. Lo so, è difficile da spiegare, ma vederlo fare è un vero spettacolo di precisione. Si rimane allibiti, senza fiato, incapaci di capire come tutto quel crogiolo di fili, moschettoni, lenze derivate, esche artificiali, non diventi un'immensa ed inestricabile matassa.
È inutile comunque perdersi in particolari tecnici: queste è una pesca da guardare e da scoprire con i pochi che ancora la sanno fare. Provare a praticarla da soli, significa uscirne pazzi senza prendere niente. Nessun disegno, nessuna spiegazione, niente può insegnarvi la tecnica senza un "maestro". E soprattutto niente può insegnarvi la magia, il sogno, la favola di un sistema meraviglioso.
L'amore per la trota lacustre ha radici che si perdono nella vastità di questi specchi d'acqua dal sapore infinito. Ed è un amore contagioso, quasi una malattia, un invito a misurarsi con l'ignoto. Noi siamo tornati a riva, infreddoliti, bagnati fino alle mutande, ma infinitamente felici con le nostre quattro prede che sembravano uscite da una favola d'altri tempi.
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