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Ciao Joe
Aveva la stoffa del rivoluzionario John Mellor. Questo il vero nome, nascosto dallo pseudonimo Joe Strummer, con cui era conosciuto il leader dei Clash. Strummer, bella figura di idealista senza fronzoli ma con buone idee, ci ha lasciato lunedì 23 dicembre, tradito dal suo malandato cuore. Aveva 50 anni e da ben 25 aveva anche imparato a cantarle verso potentati, dinastie e ciarlatani che si muovevano allora come oggi in una società decadente e viziata. Con la sua scomparsa non si chiude - al contrario di quanto scritto da molte penne dell'ultima ora - un ciclo. E nemmeno si spegne l'ultimo avamposto della protesta musicale. In quanto, le condizioni sono tali che si potrebbero riattizzare diversi lapilli che covano sotto la cenere da quando i Clash hanno chiuso il loro capitolo.
Sin dalle origini del gruppo, nel 1977, Joe Strummer aveva raccolto e riportato le voci degli ultimi. Il disagio degli umili e di quei ragazzi per cui il punk non era la moda dell'ultima sfilata ma essere indifferenti alle regole della normalità e del conformismo. I Clash hanno spiegato le contraddizioni del benestante e puritano Occidente. Un sistema messo alle strette proprio dall'immigrazione che ha generato e continua a creare. Ossia i mali di un imperialismo ora trasformato in egemonia non più politica ma economica e militare. Allo stesso modo con cui schiaffeggiava moralmente gli sfruttatori di quell[base ']agio, ottenuto sulla miseria di un mondo lontano, trattava tanti temi della cultura di una sinistra non ghettizzata e demagogica ma sociale e viva. Il suo centro era Londra, la capitale dell'impero della musica di fine secolo in cui prima di altri aveva varato le stagioni della contaminazione a base di reggae, punk, rap anticipando le fluttuazioni di flussi etnici nel pentagramma. Era un provocatore a cui piaceva essere impegnato.
Visionario, anarchico e poeta, Strummer possedeva un'anima musicale generosa che lo univa a Mick Jones, Paul Simonon e Topper Headon. La giacca corta in pelle con interno rosso (chiodo) era diventata grazie ai Clash il simbolo non di una moda, ma di un impegno politico di una generazione di giovani disillusi.
"Non una divisa - si diceva - ma un modo di distinguersi con un tipo di chiodo che non aveva mercato: troppo corto per i motociclisti e snobbato dai tradizionalisti".
Un simbolo del punk che aveva fatto capolino nel "Rocky Orror Picture Show", anticamera che introduceva in chiave allegorica il genere.
Già, ma cos'è il punk?
Nel 1977 era un tipo di rock dissacrante fatto di testi crudi e arrotato da suoni distorti e minimali che cancellavano le litanie narcisiste dell'hard e del primo metal. Il tramonto dei Clash, nel 1986, nasce dal logorio di troppe battaglie in tour, Tv e media. Anche su questo capitolo la bassa speculazione dell'informazione ha lasciato indubbiamente il segno. A mettere la parole fine alla band, non è stato il divorzio con Mick Jones ma, inevitabilmente, le leggi di mercato a cui gli iconoclasti Clash avevano dedicato parecchia della loro energia. La loro storia è valutabile nella eredità musicale che inizia con i primi 45 giri diffusi in una Europa non ancora interamente ossidata dal benessere ma certamente poco incline alle trasformazioni. Nel 1977 il punk brucia Londra e i Clash sono in prima linea a dare fuoco alle polveri. La stolidità del sistema li vuole opporre ai Sex Pistols. Squallida operazione guidata da testate prezzolate e label disturbate dal successo del punk. I due gruppi sono però sostanzialmente diversi: Pistols nichilisti, idealisti i Clash. Così, mentre il nichilismo si brucia in pochi anni (nel 1978 l'esordio dei Pil, Public Image Limited di Jonnhy Rotten/Lydon, ex voce dei Pistols, avvia ufficialmente la new wave), Strummer e compagni iniziano a provarci gusto. Alla edizione inglese dell[base ']album di esordio, quello con "London Burning", segue una seconda uscita americana che include, a differenza di quella europea, la fulgida "I Fought the Law" (Ho combattuto la legge, la legge ha vinto...), brano ripreso in seguito dai Dead Kennedy's di Jello Biafra. Con "Give 'Em Enought Rope" si continua a dialogare con la forza della ragione. In tema di ritmo domina "Tommy Gun" un invito a schierarsi con i ribelli per una causa pronti al pogo (ballo fatto di salti e spinte). Ma è London Calling, doppio album (1979) ad alto irradiamento ritmico, a svelare in Italia che qualcosa è cambiato in fatto di musica. Splendido e splendente, l'ellepi è una fucina di generi e testi. Londra non brucia più ma chiama all[base ']appello. Però i Clash vogliono anche far ballare e quando il basso di Pail Simonon inizia "Brand New Cadillac", il rock 'n'roll sporcato e rivisto dal gruppo rianima una vorticosa voglia di muoversi. Seguono citazioni alla Spagna repubblicana, alle radici del rock urbano, sino al reggae che brilla in più motivi tra cui la solare "Revolution Rock". A fine primavera 1980, un po' a sorpresa, si sparge la voce di un concerto gratuito dei Clash in piazza Maggiore a Bologna. Il tam tam porterà così in breve a riempire il centro di Bologna mentre i Clash arrivano al palco, tra mille difficoltà, uno dopo l'altro. Un ricordo in più per Ghigo, attuale chitarrista di quello che resta dei Litfiba che, dopo l'esibizione con il gruppo spalla, attende l'arrivo di Jones e suona con Strummer e Simonon. Quel concerto resta nella memoria come inizio di una svolta epocale tutta italiana in fatto di musica e costume.
Il 1980 è un anno di incredibile vitalità nelle uscite discografiche: innanzitutto il punk californiano mostra gli artigli. Sono le rasoiate inferte dagli "X", che un anno dopo si presenteranno in concerto allo Slego di Rimini. Più in profondità, le note roventi dei Dead Kennedy's svelano una dimensione testuale e musicale ancor più radicale e istintiva rispetto ai Clash. I Tuxedomoon escono con il suggestivo album "Desire", che corona il passaggio a una intensità più pacata e intellettuale. Ma nuovi lavori sono varati anche da Cure, Public Image, Echo & the Bunnyman, Psychedelic Furs, Sounds. E poi, Talkin Heads e Devo, entrambi prodotti da Brian Eno (I Devo sono protagonisti allo stadio di Rimini, il 5 maggio, di un indimenticabile show). E poi i crepuscolari Bauhaus, i Joy Division sino ai Cramps, affascinanti massacratori punk del rock'a'billy. In questo contesto esce la prova di maturità e di forza dei Clash: il triplo album "Sandinista", di cui, una quota di proventi del disco, è destinata alla causa dei nicaragueni. E' un trionfo di generi e di gusti, di testi e di contaminazioni. I Clash confermano il 1980 come un anno fondamentale nella produzione musicale e nel 1981 replicheranno il rap di apertura nel primo dei tre dischi (The Magnificent Seven) con il singolo "Radio Clash". Torna anche a pulsare l'antiamericanismo radicale dei Clash, quello del 45 giri "I'm So Bored for the Usa" o "Koka Kola" (London Calling) che si rinnova con il dub dolce-amaro di "Charly Don't Surf". Una citazione al film Apocalipse Now nella scena della presa di una spiaggia controllata dai Vietcong da parte della "Settima cavalleria del cielo". Gli elicotteri diffondono l'aria più famosa delle Valchirie di Wagner per intimorire i Vietnamiti (chiamati Charly) e attaccano per permettere di surfare ad un campione della specialità in servizio fra i marines...
Infine, l'ultimo acuto è "Combat Rock", lavoro di successo (1984) in cui non latitano i buoni sentimenti ma che rappresenta un compromesso verso una soluzione troppo convenzionale. Il funky di "Rock the Casbah" stona con il rock 'n'roll di "Should I Stay or Should I Go", motivo che rimarrà nel dimenticatoio sino al '92 quando sarà rispolverato per accompagnare un fortunato spot di jeans. Difficile, al di là delle note di cronaca, poter chiarire la portata di quanto i Clash abbiano saputo cambiare e cosa abbiano potuto donare. Un'ideale scena di congedo in ricordo di Strummer potrebbe essere quella che ha unito migliaia di ragazzi all'uscita dal concerto di Milano, final tour della band, di scena a San Siro nel 1985. Gruppo rimaneggiato e creato per volontà di Strummer quello che si presentò ai 20mila accorsi ad assistere all'ultima volta italiana dei Clash. Alla fine, tutti in tram verso la stazione. Un clic sul tasto di un anonimo registratore al seguito e "Should I Stay or Should I Go" impazza lungo i viali che portano ai treni. E il gremito corridoio del tram si trasforma così, dopo il concerto, in una insolita pista. Ma ancora oggi e con maggiore intensità, il popolo dei Clash continua ad ascoltare, a ricordare e a ballare la forza del gruppo e la carica di Joe Strummer. Un modo per smentire coloro che, il 23 dicembre, pensano si sia chiuso inesorabilmente, un altro capitolo del rock... (by Franco Fattori)
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